mercoledì 11 gennaio 2012

sabato, 24 luglio 2010

DIDONE

didoneIeri ho risistemato gli appunti su “Il tipo femmina” di Lou Andreas Salomé. Se ho ben capito, il nucleo del discorso è piuttosto vero. Sostiene che la felicità di una donna è una certa sensazione di compiutezza interiore, che deriva dall’aver saputo conquistare e  delimitare il proprio spazio inviolabile senza aver fatto ricorso né all’aggressività né ad atteggiamenti distruttivi.
Per illustrare questa condizione con una vicenda epica, Lou Andreas Salomé cita Didone, la regina di Cartagine, che in quanto tale ha molti falsi amici. Le viene data una pelle di vacca, affinchè mostri quanto si potrà estendere la sua città. La regina la taglia in tante strisce sottili e con esse delimita l’area più vasta possibile, attenta che il perimetro sia continuo e visibile.
Secondo la studiosa amica di Freud, di Nietzsche, di Rilke, questa non è una forma di auto segregazione o di aspirazione metafisica, ma una solidarietà d’essere con tutto l’esistente.
“Questo narciso femminile non vuole corrispondere al pronostico di una civiltà caratterizzata da un crescente oscuramento della felicità. Come se si trattasse di sempre più obliqui raggi di un antico splendore solare, verso sempre più diffuse ombre serali sul mondo che si spiritualizza. Un’unica immagine trova ancora accordo: l’immagine della pianta nella piena luce dell’ora meridiana, che getta verticalmente la sua ombra, ne viene protetta e guarda a essa come al più tenero riflesso del proprio essere, ombreggiandosi in esso, affinchè il grande incendio non la bruci prima che sia giunto il suo tempo”. 
venerdì, 23 luglio 2010

Se esiste il caso

van gogh
Osservando il disegno su una tazzina da caffè, in un bar nel quale un paio d’re fa sono entrata per caso, ho ricordato di aver sognato stanotte il quadro di Van Gogh che è conosciuto come “Caffè di notte (interno)”. Non ho mai visto dal vivo il dipinto, che si trova nella galleria d’arte dell’università di Yale, l’ho solo scelto in seconda superiore per un approfondimento di storia dell’arte sullo studio della costruzione prospettica, della luce e dei colori.
Mi manca la libertà di andare alle mostre, in questo periodo. Ma è davvero un caso singolare che abbia bevuto il caffè al bar, stamattina, insieme ai poveri e agli ubriachi del Café de L’Alcazar di Arles.
Mi capitano di queste casualità, le considero delle piccole conferme: voglion dire che ciò mi gira per la testa non è per niente lontano da ciò che mi può capitare al primo cambio di strada, e che non c’è niente di banale, o vuoto, nella quotidianità.
Queste fatalità, queste combinazioni, sono direttamente proporzionali a quanto una persona riesca a personalizzare il proprio tempo, probabilmente: quanta più parte di noi sta dentro ciò che facciamo, tanto più un pensiero ti domina, e lo vedi espresso dappertutto.
Ora ecco le parole di Vincent sul caffè di notte (in una delle lettere a Théo):
“E’ quello che qui chiamano un “caffè di notte”… I malfattori notturni possono quindi rifugiarsi qui, quando non hanno di che pagarsi un alloggio o sono troppo ubriachi per esservi ammessi. Nel mio quadro “Caffè di notte” ho cercato di far capire che il caffè è un posto dove si può rovinarsi, impazzire, commettere dei delitti. Attraverso i contrasti di rosa tenero e di rosso sangue e vinaccia, di verde chiaro Luigi XV e Veronese, contrastanti con i verdi gialli e i verdi blu forti, il tutto in un’atmosfera di fornace infernale, di livido zolfo, ho cercato di esprimere la potenza tenebrosa di un’osteria ”.
mercoledì, 21 luglio 2010

... senz'ombra di ?!?

pBoaL’aspetto ulteriore da mettere in luce riguardo la tematica dell’Ombra è, chiaramente, la sua irriducibilità.
L’Ombra ci dimostra che non siamo onnipotenti e non possiamo sapere tutto, è la resistenza offerta dalla realtà, il limite alla comprensione e all’azione, tutto ciò che minaccia la consistenza dell’Io.
L’inconscio ha qualcosa di selvatico e indomito, e una parte di ciò che è fuori dalla coscienza rimane inassimilabile. Chi non accetta questo scarto, vive costantemente in tensione, senza voler assumere il paradossale, l’ambiguo, il minaccioso, il non familiare, che sono dati generalissimi della condizione umana.
Jung descrive questi maniaci del controllo anche con una punta d’ironia: “L’irritabilità, i cattivi umori e le esplosioni di affetti costituiscono i sintomi classici della virtù cronica”.
Augusto Romano sintetizza senza semplificare: “Nell’Ombra c’è tutto questo: energia, collegamento con l’origine, difficoltà di coordinamento con le regole della vita quotidiana, gioco e avventura, invenzione, possibilità, disordine, rischio della dismisura e del dissolvimento. E’ con questo possente spirito vitale, con questo guastafeste, con questo eversore involontario, con questo eroe della bricconata, con questa irritante mescolanza di divino e animale che occorre fare i conti, anche se saremo portati a vergognarcene come di un bambino non educato e a tentare di ridurlo al silenzio. Certo, non lo si può accettare così come si presenta, giacchè il destino dell’uomo sta proprio nella dialettica di coscienza-incoscienza, di natura e regola culturale; ma la tempo stesso non si può riconoscerlo e non dargli spazio, giacchè in definitiva è lui che rende possibile la continuazione della vita, sempre insidiata dall’astrattezza e dal legalismo. E’ dal rapporto con l’Ombra-trickster, e dal conflitto che esso comporta, che può iniziare la realizzazione autonoma dell’individuo”.
L’Ombra è una forza ispiratrice che non ci lascerà in pace, come fa l’amore che spinge al di là, al di fuori, per fare esperienza di noi stessi come ancora non siamo: “Prendere sul serio un demone significa infatti impegnarsi fino in fondo in un compito che ha un significato essenziale per l’esistenza, e questo preoccupa e spaventa. Anche per questo la gente, malgrado lo spreco di retorica sentimentale, non gradisce innamorarsi. “Vedrai che ti passerà”, dicono gli amici commiseranti”.
written by: Malfido time 14:35 | link | commenti
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martedì, 20 luglio 2010

L'identificazione con l'Ombra

porta sul buioQuando Robert Louis Stevenson ha decretato la morte sia del Dr. Henry Jekyll sia di Mr. Edward Hyde era forse pressato dal moralismo vittoriano, che dentro di lui costantemente combatteva coi propri instinti più bassi ed egoisti. Oppure aveva già intuito che il progetto di scindere o addirittura amputare la propria Ombra è una forzatura, perchè impedisce ogni processo di autentica maturazione, dal momento che l’individuazione comincia appunto con la ricognizione dell’Ombra e prosegue con la sua integrazione.
L'altro enorme errore è l'identificazione con l'Ombra, dovuta al rifiuto di affrontare la propria parte immatura, oscura, o alla resa di fronte alla proiezione d'Ombra che gli altri hanno operato su di noi. Chi soggiace alla propria Ombra è chi formula profezie autoavverantesi in merito alla propria infelicità ed al proprio male di vivere. 
Un  uomo posseduto dalla propria Ombra inciampa costantemente nei suoi errori. Ogniqualvolta è possibile, egli preferirà fare un'impressione sfavorevole agli altri. A lungo andare la buona sorte è sempre contro di lui, poiché egli vive al di sotto del proprio livello e, nel migliore dei casi, raggiunge solo quello che non gli compete e non gli concerne. Se non c’è alcun ostacolo in cui inciampare, egli se ne costruirà uno apposta e poi crederà fermamente di aver fatto qualcosa di utile.
Dickens: era uno di quei tipi ai quali, se sfugge un panino imburrato di mano, esso cadrà sicuramente dalla parte del burro.
Chi si identifica con la propria Ombra ha un destino tragico. Ma è una tragicità statica, non dinamica: l’energia psichica è in lui bloccata o circola solo ai livelli inferiori e dinamizza soltanto le parti buie della personalità. Non ha ancora raggiunto il livello di conflitto, al contempo distruttivo e creativo, che è il senso ultimo del disagio nevrotico, la dialettica di valore e disvalore che è la matrice indispensabile della redentrice “funzione trascendente”

La proiezione d'Ombra

buioL'Ombra è una metafora che, nell'elaborazione di Jung, rimanda a tre generali definizioni: rappresenta gli aspetti non sviluppati della personalità (i difetti che riconosciamo di avere e non riusciamo a combattere, il potenziale che è in noi e non facciamo uscire), oppure l'insieme dei contenuti rimossi o repressi della nostra psiche e della nostra sfera emotiva, o anche una problematica più vasta, quella del male morale, che produce pochezza umana, intellettuale e relazionale.
Studiare l'Ombra significa studiare anche la sua proiezione: invece di riconoscere che l'Ombra è dentro di noi, la proiettiamo al di fuori e addosso agli altri. Questo produce gravi conseguenze sia per noi che la proiettiamo, sia per noi che riceviamo la proiezione.
Le qualità inferiori e inaccettabili, le immagini e i pensieri rimossi, le pulsioni ostacolate, le funzioni poco sviluppate e in generale tutti gli aspetti non coscientemente vissuti della psiche vengono proiettati con facilità su individui che per loro natura possono costellare tali proiezioni. Le profonde antipatie ingiustificate, le idiosincrasie più irrazionali, le “fughe” stizzose di fronte a un possibile incontro umano sono quasi sempre il frutto della proiezione dell’Ombra. La fenomenologia di un tale meccanismo è sterminata. D’altra parte la letteratura psicologica (e più ancora la narrativa di ogni età) ha fornito tali e tante esemplificazioni di questo tipo di proiezioni ed esso è così sperimentabile nella nostra vita quotidiana.
Il riconoscimento della proiezione avvenuta costituisce la via regia per la ricognizione della propria Ombra: una via più difficile e tormentosa di quanto sia legittimo supporre da un punto di vista puramente teorico.
Nel microgruppo rappresentato dalla famiglia il vero problema psicologico è costituito da chi riceve con particolare continuità una proiezione d’Ombra. Per chi fa la proiezione d’Ombra il problema consisterà nel riconoscere che le qualità inaccettabili attribuite al suo prossimo in realtà appartengono alla propria personalità. Il processo di ritiro della proiezione potrà essere senz’altro lungo e doloroso e si dovrà accettare-riconoscere l’Ombra proiettata. Dal punto di vista di chi riceve e sopporta una proiezione d’Ombra può verificarsi una vera e propria distorsione della personalità, la quale può comportare non solo profondo disagio psichico ma anche una vera e propria sindrome nevrotica.
Si pensi al nascosto ma gravissimo stato di violenza che la psichiatria sociale va individuando nella struttura familiare o in più vasti organismi come la scuola e l’ambiente sociale genericamente inteso come la realtà umana più prossima a un determinato individuo. Vi sono individui particolarmente deboli la cui Persona si struttura esattamente in conformità dell’ambiente sociale che li circonda. In casi di proiezioni d’Ombra ciò produce una distorsione che comporta un arresto del processo di maturazione e di individuazione. Essi non si identificano con la propria Ombra ma con l’Ombra che viene loro proiettata addosso.
Le proprie funzioni inferiori vengono allora assurdamente poste in luogo degli aspetti positivi della personalità e tale capovolgimento dei valori individuali non solo conduce a un’esistenza intimamente falsa ma a una sorta di atrofizzazione proprio delle  funzioni psichiche che più meriterebbero di essere esercitate e portate alla massima efficienza o al più completo sviluppo.
Così, per esempio, un giovane soggetto in cui prevalgono naturalmente le funzioni di intuizione e sentimento può essere costretto alla proiezione d’Ombra subita dall’ambiente sociale a vivere come se in lui prevalessero le funzioni di pensiero e sensazione. Ma laddove il pensiero non è destinato dalla natura a svolgere un ruolo di guida della personalità, è inevitabile che esso finisca per produrre non giudizi maturi e responsabili ma, al contrario, atteggiamenti intellettualistici, ragionamenti convenzionali e collettivi, paralogismi di ogni sorta più o meno camuffati da pensieri correnti (coerenti e responsabili). Anche i sentimentalismi al posto dei sentimenti sono uno degli aspetti inferiori della personalità.
Molte analisi devono cominciare appunto dal ridimensionamento della personalità secondo il vero rapporto individuale tra funzioni superiori e funzioni meno differenziate. Solo quando questo capovolgimento è avvenuto e pertanto solo quando il soggetto si è liberato dalla distorcente proiezione d’Ombra su di lui esercitata dall’esterno, egli sarà libero d’iniziare la ricognizione della sua vera Ombra e di incamminarsi sulla via dell’autentico processo d’individuazione.
M. Trevi, A. Romano, op. cit., (cfr. Sul problema dell'ombra nella psicologia analitica - Mario Trevi)
written by: Malfido time 13:23 | link | commenti
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lunedì, 19 luglio 2010

Ein Traum

blinde_mutter_hiTra i contributi sulla fenomenologia dell'Ombra c'è il racconto di qualche sogno fatto da persone comuni, che fa pensare a Kafka, o al miglior cinema. Quello raccontato qui sotto è nel saggio "Ombra. Metafora e simbolo" di Mario Trevi, testo new entry della 2° edizione degli "Studi sull'ombra" con Augusto Romano.  
Un uomo di 35 anni sogna di dover cercare un assassino nascosto nella sua casa. L’assassino può occultarsi nelle soffitte o nelle cantine, conosce meglio di lui i ripostigli oscuri e silenziosi della casa, le tenebre protettrici di certi passaggi, le cavità anfrattuose che misteriosamente dilatano una dimora usuale a spazio roccioso, monte, caverna senza fine e senza principio. L’uomo si persuade che l’assassino non ci sia più. Ritorna al centro della casa e ha un’impressione di sicurezza e di certezza. Ne parla con un amico e si inorgoglisce di un’abilità di cui tuttavia non ha dato prova. L’amico, che è anche suo ospite, lo distrae con digressioni discorsive e con avventure periferiche e inutili. Poco per volta mostrerà di essere lui l’assassino cercato. Ma l’uomo sa che non può più nulla contro di lui. Non può stabilire né un conflitto né una tregua. Sa che l’amico lo paralizza e che detiene, ora, tutta la sua sicurezza e certezza. Si persuade che è lui, ora, a doversi nascondere, e scende, impaurito, nel buio protettivo dei luoghi nascosti. Si sorprende armato e pericoloso. Sa di essere ricercato come assassino.
giovedì, 29 luglio 2010

Narciso sulla sponda del lago

narciso_caravaggio1   
T'ho visto riflesso
nello specchio:
eri due volte in me.
Io ero il mondo intero
affamato di te.

Giovanni Testori
written by: Malfido time 13:45 | link | commenti
sections: 14- letteratura arte opinioni

Shymmtakula

van_de_sfroos_akuaduulzaShymmtakula è un sasso, o qualcosa di rotondo o di spigoloso, che si tocca affondando le mani nelle tasche, mentre si cammina al buio da soli, e c'è silenzio, e anche una buona dose di paura.Come tutti sanno la cosa che ognuno fa in situazioni come queste è mettersi a cantare, Infatti a questo oggetto corrisponde un testo da cantare scandendo bene le parole, questa volta in italiano.
DVDS:
La canzone Shymmtakula è nata camminando nel buio. Chi lavora o viaggia nella notte, la può cantare affinchè le ombre gli facciano compagnia e lo ispirino. E' opportuno non abusarne in casa, perchè potreste ritrovarvi svariati animali notturni sul balcone, o alla finestra, speranzosi di poter partecipare al canto. I bambini sotto i tre anni comunque, sembrano gradirla come ninna nanna o come intrattenimento.

Sgranocchiando mille notti, macinando le caviglie,   
cerco il regno scorniciato dove impera il caprimulgo,  
occhio d'acqua senza fretta e pupilla lampo d'oro,  
ogni foglia calpestata ha un ruggito e un sussurro,  
ogni pietra ben posata ha un silenzio vincitore  
e sorregge il mio viaggiare    
tra il percorrere e il pensare,  
possa un sogno senza veli nel mio centro nevicare,  
possa il ramo senza tempo le tre nuvole incastrare,  
possa il re di queste rive le sue onde pascolare,  
possa il vento consegnare una tregua al suo tossire   
e la luna appena esplosa piano piano dimagrire...    
La civetta guarda sguardi anche dietro le sue spalle,   
i serpenti non le hanno ma sbottonano la pelle,    
gatto bianco ruba luce e la rende a chi lo vede,   
gatto nero la nasconde e se non l'ha non la richiede,   
ho svitato nove stelle per donarle a un altro cielo,   
ho toccato il porcospino e ho baciato il calamaro,    
lupo canta il tuo viaggiare sulla roccia vanitosa,    
ridipingi questo buio senza testa con la coda...    
written by: Malfido time 13:43 | link | commenti (3)
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mercoledì, 28 luglio 2010

Parool De Sfroos

Un po' de frèsa, o, come si dice più a nord, de prèsa, lascio qui, perchè ci stanno bene, alcune parole di frodo del Bernasconi Davide, a beneficio dei lettori che oggi, nonostante l'estate, sono numerosi.
dvds coldana 3
Continuerà a chiederlo il Merlo alla grondaia, col suo becco di unica spada e anche il Gatto che dorme sui frigoriferi morti...chiederanno: "Notte...perchè ci abbracci tutti e sembra che non ci guardi mai?"
Continuerà a cercarlo il Pipistrello,che quando vola è sempre un assolo, il senso del suo stesso tragitto scarabocchiato in aria come il disegno confuso di uno straccio nero lanciato verso il lampione.
Continuerà a cantarlo l'Onda, l'inno dell'acqua trascorsa che si confonde con quella ventura e la fontana vestita di spruzzi farà come lei, interrogando ogni goccia.
Di cose ne ho perse sotto il rasoio dei giorni, di lune a dondolo ne ho cavalcate e monete di sole intascate...e palle di ghiaccio calciate...ma questo boato che ho sotto il respiro rimane il Mio Grande...FIGLIO E PADRONE.
written by: Malfido time 19:17 | link | commenti
sections: 13- musica, 14- letteratura arte opinioni
martedì, 27 luglio 2010

Ascoltare Akuaduulza

van_de_sfroos_akuaduulza
Quando è uscito Akuaduulza, nel 2005, ricordo che la presentazione alla Feltrinelli era stata eccezionale, e che di lì a poche settimane l’intero spettacolo è sbarcato a Lodi.
Quell’album, ricco di evocazioni, personaggi, oggetti, caratterizzazioni, come e più di un romanzo, è un viaggio prezioso nell’immaginazione di Davide, che, riempitosi di  suggestioni, associazioni e idee come al solito, è stato quasi costretto a dilapidarle, espandendone una parte, per iscritto, nella curiosa storia di Herbert Fanucci.
Due lingue –italiano e laghée-, due linguaggi –il Cd e il romanzo-, e avanza ancora qualcosa: il fraseggio tutto onomatopeico dei sortilegi, per esempio, che ho scoperto essere velocissimo da imparare, esattamente come avveniva da bambina quando ripetevo frequentemente le mie stregonerie: la mia preferita era la minestra della strega, e ogni pezzo di edera e di caco e di betulla che mettevo a bollire aveva un suo nome segreto, tutto traslato su forme d’italiano inesistente.
Sul palco con Davide ricordo in quel tour anche diciotto persone: i fiati e la banda per lo Ziu Gaetann (fenomenali anche per Grand Hotel, dall’album precedente) e le streghe pelandine, che ricevevano al paradiso dello scorpione e sequestravano la barca di quel tirchio del Fendinn.
Ascoltare l’album è notare cigolii, rumori di acqua, di cani, di corvi, di foglie, di incantesimi, di strumenti giocattolo, di bottiglie e di scatole di latta, per questo dico che questo disco è come un romanzo, tanto bene sono disseminati i dettagli e tanto intima ed efficace è la loro assegnazione.  
Davide Van De Sfroos 6
Il concerto iniziava con El Baron, un personaggio che Davide interpretava entrando con un cappello a cilindro e un lungo soprabito viola, grigio e scuro. Il Barone vive in una casa isolata e sinistra ed è trascinato da una musica che fa venir voglia si aprire il cancello e uscire a ballare di notte. Anzi no, il barone è un fantasma e la casa è infesta, dato che la strana figura ha occhi febbricitanti e spegne le candele con un colpo di tosse. Si esibisce con un violino della cui musica hanno paura soprattutto i bambini, i santi e le madonne. Alla fine di questa evocazione si scopre che il barone è anche una delle mille vite dell’ospite di un manicomio, di un sensibile barone della luna storta che sembra uscito da un romanzo di Mario Tobino.  
In questa serie di racconti contenuti nell’album stamattina ho colto qualcosa cui non avevo mai pensato, nel brano Il libro del mago.
Personalmente non riesco a non associare Il libro del mago a L'apprendista stregone, la ballata di Goethe dalla quale un compositore ricavò l'impianto per un poema sinfonico che è il tappeto sonoro di  un episodio del film Disney Fantasia, con protagonista Topolino.
topolino
Nel testo di Goethe, e nel film, l’apprendista deve fare le pulizie dopo che lo stregone se n’è andato. Decide di dare vita a una scopa affinché passi il pavimento al posto suo, ma riesce ad ordinarle solo di versare l’acqua sul pavimento, e quella finisce con l’allagare la stanza. Non conoscendo la parola magica per rompere l’incantesimo, l’apprendista spezza la scopa, che si moltiplica. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro.
Il mago di Akuaduulza non è più un giovane allievo, anzi, è malinconico e solo coi libri che ha scritto, e sembra provenire da una sorta di medioevo, che somiglia ai nostri giorni: una realtà in cui la gente non sa vivere l’oggi e si fissa col domani. Perciò va dal mago perchè lui cambi un mondo che non va, oppure finga di farlo.
Il mago ha guardato le stelle così spesso che non può aver paura della notte, conosce le proprietà di tutte le erbe e sa addirittura fare un incantesimo per un oggetto da tenere, che ci protegga da ciò che succede alle nostre spalle.
Il legame tra il mago di Akuaduulza e il vivace apprendista della ballata tradizionale – alias il Topolino con l’abito rosso e il cappello blu che tutti conosciamo-, risiede nel fatto che il mago immaginato da DVDS rimpiange i suoi tredici anni. Lo canta apertamente, con sincerità, in due ritornelli pieni di percezioni sensibili.
(trascrivo a modo mio, il diletto si parla, non si scrive, se non per convenzione. Per pigrizia evito ü)
Quand gh’eri tredes ann curevi biutt cume ‘n caval
fiadavi l’universo cunt’el coer in mezz ai ball
quant s’eri puse scemu s’eri molto puse bon
In brasc al universu e mea ‘ndela sua presonn
[…]
Ma quand gh’eri tredes ann gh’era ‘l prufum del rusmarin
quan la roesa se spalanca le desmentega i so spinn
quand gh’eri tredes ann gh’evi anca tredes coer
adess el coer l’è vuoen inbalsamà che ‘l po’ piu cuur
I riferimenti all’uso dei sensi, all’odorato, alla corsa, al tatto, alla vista significano, ricordano, come per i ragazzini la conoscenza, e il ragionamento, l’apprendimento, debbano sempre strutturarsi come un’esperienza naturale. Essa è tanto più forte quando più passa attraverso stati d’animo, movimenti, esercizi, solo in parte guidati.
Questa facoltà d’imparare principalmente ciò che ci significa qualcosa e ci coinvolge, ciò che serve, ciò che è giusto e naturale, dimenticando ciò che non si sa e assumendo il mistero come una condizione da accettare, crescendo, chissà perché, perde valore. Ed insieme a questo saggio e precoce equilibrio se ne va un pezzo della nostra felicità, bontà e capacità.
In dialetto vess bon significa sia essere buono che essere in grado, essere capace, secondo un’unità di senso che non è propria dell’italiano, dove buono ed intelligente, competente, risiedono purtroppo su due piani diversi.
Questa canzone azzera questo scarto di esperienza, ed anche per questo è preziosa per me. Ed afferma che essere buono è più importante che avere una risposta per tutto. Nel mio piccolo io devo questo fondamentale insegnamento, in cui credo molto profondamente, ai miei amici matti, nei quali, son certa, risiede una parte della fortuna che mi è capitata in sorte.
C’è un’ultima gemma incastonata in questo pezzo. Ricordo un concerto di Davide al Teatro Studio di Milano, in inverno, dove il personaggio che aveva un mucchio di cuori in più, due di coraggio, due di intelligenza, saggezza e bontà precoci, era un bambino con la poliomelite, che era il capo di una banda di ragazzini. Era capace di ideare piani fenomenali per avventure fatte di rischi e di ardimento, nelle quali, naturalmente, egli era il primo a buttarsi a capofitto, nonostante la sua disabilità, che lo costringeva a farsi assistere.
Probabilmente era lui l’apprendista mago che ha aspettato che lo stregone se ne andasse per provare gli incantesimi, era lui che, nella percezione di sé, ha corso una vita nudo e libero come un cavallo.
lunedì, 26 luglio 2010

IL TEMPO

ICONA_VenereBotticelli
I sentimenti sono fatti di tempo. Ma il tempo è cambiato. Non scorre più come un tempo.
written by: Malfido time 17:56 | link | commenti
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domenica, 25 luglio 2010

DVDS a Brembio 2010

vande3-025--154x164Per la seconda volta la festa di Brembio ha ospitato Davide Van De Sfroos. Per fortuna venerdì sera il volume del palco di liscio era un po’ più basso, anche se DVDS, sfruttando un tipico ritmo allegro, è riuscito con la chitarra e la band ad improvvisare una serie di filastrocche che fanno ridere i bambini (chiaramente sono quelle sulla cacca) .
C’era la luna piena che giocava a nascondersi, come un asso di picche, e per fortuna non è piovuto. La sola persona che noi conosciamo capace di far cambiare il tempo è la nona stria, che infatti è stata ringraziata attraverso la sua festosa canzone –unico pezzo da Akuaduulza-.
Come di solito, i concerti campestri di Davide sono veri e propri revival, a parte Setembra, che è la nuova canzone sulla sagra di paese e sulla famigerata lotteria (probabilmente la famosa ruota che ha fatto vincere a mio zio una serie di biciclette).
Da un po’ non attaccava un concerto con El Diaul, La balera, Pulenta e galena fregia, Per una poma. Poi, da Pica, Il Cimino, l’Alain Delon De Lenn, El punt, Il costruttore di motoscafi, New Orleans, Lo sciamano. Nessun brano di E semm partii è stato proposto. Nei bis, chiaramente, La curiera, Cyberfolk, la Ninna nanna del contrabbandiere.
La prossima volta che passerò da Brembio in bicicletta dovrò guardare dentro gli oleandri, nei cortili. E’ un albero tossico, eppure potrebbe darsi che tra i suoi rami, e dietro le sue foglie a forma di coltello, si nasconda, prudentemente, un dodicenne con un petto da locomotiva, che sta spiando la Gio che prende il sole non in topless, ma in tüttless, priva di ogni parte. Nelle giornate della festa di fine estate, ingoiando polenta e missoltini, la sua bellezza era un’ossessione. Davide l’ha ricordata, augurandole che “la luna adesso sia il tuo piatto”. Magari una luna con e senza veli, proprio come quella di venerdì sera.
martedì, 03 agosto 2010

RETTE PARALLELE

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Sempre a proposito di geometria e dei discorsi di ieri, continuiamo a rivolgerci al collega filosofo Giuseppe Ferraro e, in particolare, al suo saggio L’acqua, il mondo e l’animo. Se la geometria è la scienza che studia i punti nello spazio e le figure da essi generate, la filosofia è la sola espressione di sapere che ha un sentimento nella sua denominazione
Qualcuno suggerì che due rette parallele non s’incontrano mai, perché è una sola la retta, riflessa nel suo doppio come in uno specchio. Le due rette parallele sono una sola retta. Anche noi non ci incontriamo mai e corriamo in parallelo con quel che ci rappresentiamo.
Ognuno è un altro in mezzo agli altri. C’è come un sentimento del mondo di cui noi stessi siamo le emozioni. E il mondo sarà sereno o gioioso, avrà nostalgia o speranza, sarà in attesa o avrà fiducia. Sarà incantato o avrà paura. Sarà diviso o condiviso. Spetta a noi essere i dati di questo sentimento più grande, chiedendoci ogni volta dello stato d’animo del mondo.
written by: Malfido time 13:05 | link | commenti (2)
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lunedì, 02 agosto 2010

Da A ad A

viola
Ogni tanto, anche d’estate, porto la medaglietta che l’Avis mi ha regalato per festeggiare la venticinquesima donazione, perché dentro la lettera A è stillata una goccia di sangue, simbolo del dono, ma anche, secondo me, del non poter fare altrimenti. Bisogna avere impeto, quando ci vuole.
Il mio nome comincia per A, perciò porto anche la mia iniziale, vanitosamente, in un cerchiolino blu.
La prima lettera dell’alfabeto è l’emblema di qualunque inizio, è la gioia, la necessità, di avviarsi.
A me piace iniziare le cose da capo- sto parlando di intraprendere qualcosa, non di comandare, affosso l’eventuale gioco di parole perché io ordino solo al bar o al ristorante-.
E’ bello osservare la faccia di chi ti conosce da un’ora, e allontanarsi a fare mentalmente una lista di dettagli salienti- quasi fosse la sceneggiatura di un film di Nanni Moretti.
Da A ad A è un album di Morgan pieno di disegni, fotografie, calligrafie infantili e adulte, e qualche pezzo di spartito.
Da A ad A, il brano, segue l’ormai famosa Amore Assurdo, e descrive i due punti di un’oscillazione.
Potrebbe esserci confusione, perché due luoghi determinati, per lo meno in geometria, non possono chiamarsi nello stesso modo. Un esercizio del genere, di solito, a scuola, partiva ipotizzando due punti distinti, con due nomi diversi, che poi, alla fine dello svolgimento, risultavano coincidenti.
Chi non era affascinato, studiando in algebra i numeri relativi, poi, dalla nozione di valore assoluto, per la quale due numeri, opposti di segno, sono, in fin dei conti, equivalenti?
Traslando questo tema sul piano dei concetti si ottengono irriducibili antitesi. Come Volevasi Dimostrare.
Penso che la canzone di Morgan sia tutto questo. In una sorta di assurdo strutturale ribadito dal titolo-refrain, racconta che proprio l’uguale rende vario, anzi, tanto più vario quanto più uguale.
Avviene specialmente ogni volta che il punto di partenza coincide col punto d’arrivo: spesso un moto si origina da un contrasto e termina, regolarmente, con una convergenza.

Dottoressa Zingarelli 15: la domanda

schiele haus
Nei libri di filosofia, o di filosofi, qualunque sia l’argomento, si riflette spesso sulla natura del linguaggio, sul senso delle parole, al di là della loro più accreditata etimologia. Giuseppe Ferraro, che ha riportato in un libro le sue esperienze di educatore dei sentimenti in scuole di Napoli di vario ordine e grado, nota che la parola domanda non c’entra solo col verbo latino mittere, mandare, ma anche con domus, casa. Domandare vuol dire dare dimora: una risposta deve accogliere una domanda, non esaurirla o negarla. Una casa si costruisce. Anche un significato. Si chiede di ciò che si sostiene.
written by: Malfido time 18:15 | link | commenti
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Prospettive

AdamEve

Essere amati, è passare. Amare, è durare.
Gustav Klimt, Adamo ed Eva
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laudris Brigge
E’ abbastanza curioso che Klimt abbia scelto Adamo ed Eva come emblema dell’amore di coppia, visto che i nostri progenitori hanno avuto qualche difficoltà nel menage matrimoniale, prima palleggiandosi la responsabilità sul peccato originale e poi assistendo all’irredimibile rivalità dei due figli maschi, questione finita, pure questa, come tutti sappiamo.
Le due figure nel quadro di Klimt hanno un po’ la stessa posa dei personaggi de “Il bacio”.
Tra il femminile ed il maschile c’è una certa diversità, anche secondo Klimt: nel suo quadro divenuto il più famoso, “Il bacio”, egli simbolicamente rendeva il profondo femminile attraverso dei cerchi piccoli e colorati, sospesi come un  bouquet di fiori o delle bolle d’acqua dipinta dentro un vetro di Murano, e l’intimo maschile tramite figure più grandi e marcate, bianche e nere, rettangolari, stagliate nettamente su uno sfondo giallo.
Quello di Adamo ed Eva è stato forse il matrimonio più breve della storia, ma allora non era molto facile separarsi (anche perché il “restar da soli” non era propriamente un modo di dire).
Sabato scorso, dall’ultima pagine di un settimanale, Umberto Galimberti rispondeva in merito all’abbandono della famiglia per effetto di una passione travolgente.
Non entrando, naturalmente, nel merito di una scelta che è soltanto soggettiva, lo studioso scrittore rifletteva su che senso abbia subire gli estri del desiderio. Tanto vale mantenere una presa sul reale, o no?!?
Risolvere l’amore in passione è una concezione sempre più diffusa. Resta da chiedersi che cosa c’entri la passione, per sua natura passeggera, con la felicità, che, aggiungo umilmente io, è un obiettivo al quale tendere costantemente più che un qualcosa da possedere.
“In questo tipo di cultura, dove tutto è intercambiabile, diventano sempre più difficili le scelte irreversibili, anche se, a furia di revocare le proprie scelte, difficilmente si costruisce una biografia, in cui potersi riconoscere come soggetti di vita e non semplici oggetti di passione. Se è vero infatti che la felicità non ignora la passione e forse neppure la sregolatezza, è altrettanto vero che non si accontenta di una gioia passiva, perché la felicità vuole creare. E allora perché non dire che il matrimonio dovrebbe essere consentito solo ai creatori? ”
Forse Adamo ed Eva erano ancora troppo inconsapevoli, appena giunti nel creato, di che cosa voglia dire vivere, e di quale fosse la pena per chi rifiuta di fare le scelte, e si limita a lasciar andare le cose come vanno, andando incontro all’inquietudine.
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sections: 14- letteratura arte opinioni
sabato, 31 luglio 2010

In un colore eterno d’estate

3etàdelladonna
Solo l' amare, solo il conoscere conta,
non l' aver amato, non l' aver conosciuto.
Dà angoscia il vivere di un consumato
amore. L' anima non cresce più.

La quadrata tela di Klimt sulle tre età della donna e i primi versi de “Il pianto della scavatrice” hanno in comune soltanto Roma, la città in cui risiedono. Li divide una cinquantina d’anni e un’infinità di altre cose. Però "Il pianto della scavatrice" è la più estiva poesia pasoliniana ed io d’estate mi diverto a fare descrizioni. “Descrizioni di descrizioni” è il volume che raccoglie le recensioni scritte per vari quotidiani da Pasolini tra il novembre 1972 e il gennaio 1975, che sto leggendo in prestito dalla biblioteca.  Va da sè che tra tutti gli insegnamenti di questo straordinario uomo di pensiero,  quello contenuto nell'attacco della poesia sulla Roma di metà anni '50 è il primo a cui penso. Spesso.
venerdì, 30 luglio 2010

Ogni giorno un altro giorno da contare

spank3 
Mi piacciono gli incontri, i rapporti, soprattutto nel loro andare avanti. Nel tempo. Frequentare gli amici, e anche i loro amici, secondo il caso e l’opportunità, valorizzando le abitudini, le cose in comune, la comodità. Anche mettersi reciprocamente a proprio agio, assecondarsi, mentre si va avanti a conoscersi, magari da dieci, da vent’anni, è una forma di cura.
Non si forza nulla. Propongo spesso ad altri di fare con me le cose che mi piacciono, ma non insisterei mai. Non invado il tempo degli altri, è una forma di maleducazione che non ho mai tollerato, la sensazione che si possano impiegare le persone per passare il proprio tempo. Il tempo passa e ci passa attraverso. Si vive.
In tutto questo, uno degli aspetti migliori è osservare la gente modificare una serie di piccole cose, lentamente, una dopo l’altra. Una persona dopo un po’ cambia aspetto, integra idee, punti di vista, spazi di interesse diversi, magari modifica anche un po’ il proprio linguaggio, altra sicura spia dell’attuale stato d’animo e della visione della realtà.
A me piace nelle persone ravvisare piccoli cambiamenti, prima impercettibili, perché questo è meglio di un romanzo, di una serie a puntate, o di un film. Ha valore rispecchiarmi nella naturale evoluzione delle persone, che non è mai casuale o slegata dai bisogni che uno ha o ha imparato a riconoscere. Nove volte su dieci si cambia per migliorare. Poi si cerca la pazienza di accompagnare questo cambiamento, di svilupparlo, e di accettarlo così com’è.
L’altro aspetto che fa si che i rapporti, in termini di dinamica, valgano sempre la pena, è l’opportunità di sorvegliare, dentro se stessi, la naturale inclinazione ad applicare degli schemi.
Quando si affronta una situazione c’è una parte della nostra testa che non fa altro che confrontarla con le esperienze precedenti, con le maniere in cui conosciamo che le cose avvengono, e in cui sappiamo che le persone si comportano. E’ certamente una parte della nostra strategia di adattamento e di esperienza.
Lo stesso sembra che accada con le persone. Rileviamo negli altri alcune caratteristiche, probabilmente quelle che appartengono anche a noi, perché le riconosciamo prima, e, in base agli altri elementi che acquisiamo, di volta in volta, il quadro si sviluppa.
Difficile non farsi idee, non avere proiezioni, o, magari, non applicare uno schema che, in base alla casistica delle esperienze fatte, riconduca i tipi umani, e i loro modi di agire, ad un certo numero finito di casi già noti.
Alcuni potrebbero dire che chi applica costantemente i propri schemi sugli altri è una persona più attenta ai modelli che alla realtà in quanto tale, e che dunque questa dinamica svuota i rapporti umani di autenticità, forse addirittura di senso. Però è utile rendersi conto che la mente lavora sempre in base a ipotesi e presupposti. La cosa più interessante è appunto giocarseli tutti.
Più le persone ci interessano, meno sentiamo, almeno consapevolmente, di fare ricorso a questi schemi. Se sono a mio agio, non ho nulla da chiedere o da dimostrare, lascio che gli avvenimenti facciano il loro corso, e sto a guardare.
Conoscere gli altri nel tempo, osservarli, provare a capirli, è qualcosa che ci educa. E’ una forma di raffinamento personale. Mi rendo conto che i miei presupposti spesso saltano, che il mio variegato catalogo di tipi umani comunque non è mai completo, e allargo la mia prospettiva sulla realtà. E’ come se potessi vedere meglio, fare un respiro più profondo.
La soddisfazione più bella, a questo punto, è rendermi conto che ogni persona, io, gli altri, è semplicemente ciò che è, e che questo è irriducibile e sorprendente. Si può andare d’accordo, condividere una certa fiducia nel presente, come all’inizio di una partita, o di una gita.
lunedì, 09 agosto 2010

WALDEN

Copia di nikon07 058Il tempo non è che il ruscello dove io vado a pesca. Vi bevo; ma mentre bevo ne scorgo il fondo sabbioso e vedo come sia poco profondo. La sua corrente sottile scorre via, ma l’eternità resta. Vorrei bere profondamente, e pescare nel cielo, il cui fondo è ciottoloso di stelle. Non posso contarne nessuna. Ignoro la prima lettera dell’alfabeto. Ho sempre rimpianto di non essere saggio come il giorno che venni alla luce. L’intelletto è un fenditore, esso discerne e scava la sua via nel segreto delle cose. Io non desidero lavorare con le mie mani più del necessario. La mia testa è mani e piedi. Sento che tutte le mie migliori facoltà vi sono concentrate. L’istinto mi dice che la testa è un organo di escavazione, come per alcune creature il muso e le zampe, e con essa vorrei scavare la mia strada tra queste colline.
Penso che la più ricca vena sia in qualche luogo qua attorno; così io giudico per mezzo della bacchetta fatata e dei leggeri vapori che sorgono; e comincerò a scavare proprio qui.
written by: Malfido time 15:10 | link | commenti (2)
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sabato, 07 agosto 2010

UN INFINITO VIAGGIARE / 1

Copia di nikon07 511
Nel libro che ha questo titolo Claudio Magris paragona la funzione della prefazione a quella della valigia. La premessa fa parte del libro tanto quanto la valigia c’entra col viaggio: si pensa di mettervi le poche cose essenziali e si dimentica qualcosa d’indispensabile. Si riempie il bagaglio di cose da portare a casa, ma, una volta tornati, quando lo si apre, le cose che sembravano importanti non si trovano più e vi saltano fuori invece oggetti che non ci si ricordava di aver messo dentro.
La prefazione a “Un infinito viaggiare” è un saggio sulla fenomenologia del viaggio, sui libri di viaggio, sull’arte della fuga e della compensazione attraverso il cammino, il vagabondaggio, le tappe, le distrazioni.
Non tralascerei alcun aspetto, ma qui, ora, mi piace condividere soprattutto il legame tra il viaggio e il possesso presente della propria vita, che viene chiamato persuasione.
“La persuasione […] [è] la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro. Quasi sempre, nella propria esistenza, si hanno troppe ragioni per sperare che essa passi il più rapidamente possibile, che il presente diventi quanto più velocemente futuro, che il domani arrivi quanto prima […] e così si vive non per vivere ma per avere già vissuto […]”
venerdì, 06 agosto 2010

Estate sull’isola

baia 
“Tu, mio” è un libro di Erri De Luca che consiglio anche a chi legge soprattutto in vacanza, perché il protagonista è un ragazzo di città che trascorre le ferie d’estate al mare, su un’isola, facendo esperienza di pesca notturna, di barche. Il libro è il racconto degli incontri e degli insegnamenti di un anno particolare, nella sua prima adolescenza.
La prima delle citazioni che scelgo oggi inizia già nella prima pagina:
“L’isola era muta e scendendo scalzo alla marina un ragazzo poteva sentirsi liscio per la pietra sotto i piedi, profumato per il pane che gli sfiorava il naso dai forni, adulto perché andava sul mare verso il largo e le profondità a maneggiare un’arte . Gli altri ragazzi andavano al mare più tardi per le ragazze e i bagni, i ricchi avevano i motoscafi e giravano in tondo sui legni lucenti e i motori pieni di cavalli”.
“Ero un ragazzo di città, ma d’estate m’inselvatichivo. Scalzo, la pelle dei piedi indurita come le carrube mangiate sull’albero, lavato all’acqua di mare, salato come aringa, un pantalone di tela blu, odore di pesce addosso, qualche squama in giro nei capelli, andatura a passi corti, da barca. In una settimana non avevo più una città d’origine. Me l’ero staccata di dosso insieme alla pelle morta del naso e della schiena, i punti dove il sole si approfondiva fino alla carne”.
“Il sole è una mano di superficie, una carta vetrata che sgrossa d’estate la terra, la pareggia, la liscia, asciutta e magra a fior di polvere. Coi corpi fa lo stesso. Il mio esposto fino a sera si spaccava come un fico solo in qualche punto delle spalle e sul naso”.
written by: Malfido time 18:19 | link | commenti
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giovedì, 05 agosto 2010

Maneggiare un'arte

didoneHo visto il film tratto dal romanzo di Philip Roth “The dying animal”. Il protagonista scrive libri e si occupa di critica letteraria, e s’innamora di Penelope Cruz che ha trent’anni in meno di lui ed è una sua allieva. Tra i suoi pensieri c’è una frase che ho isolato.
Un’opera d’arte vi ricorda chi siete voi ora.
Continua a tornarmi in mente, appunto.
Un pensiero come quello di Roth viene da molto lontano, ed è davvero condiviso da chiunque dedica all’arte il suo tempo, la sua passione e il suo amore.
Il 3 settembre 1786 Goethe è sceso in Italia fuggendo da un incarico di governo, e per un lungo periodo ha girato il nostro paese fingendosi un pittore, perché in quel momento per lui l’arte significava abbandonarsi al corso della vita, come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita dal fluire delle cose.
In quegli anni ha maturato anche la constatazione che tutto ciò che è intelligente è già stato pensato, ma che bisogna cercare di pensarlo di nuovo.
Questo continuo ritorno e confronto è importante. Italo Calvino ha scritto un’opera intera sul concetto di leggere i classici:
Una classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso. [...] Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani. [...] Il "tuo" classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
mercoledì, 04 agosto 2010

DISPOSIZIONE

schiele schreibtisch
Se la geometria ci offre numerose metafore, ad esempio quando distinguiamo i piani o seguiamo una linea di ragionamento, non è soltanto perché è una scienza razionale, ma perché i suoi sviluppi ci mostrano come tutte le considerazioni, le prassi e i comportamenti necessitino di un’estensione.
Prendiamo il semplice concetto di posizione e vediamo come il pensiero, e i suoi derivati, se ne servano.
Pensare è prendere una posizione. Quando si pensa ci si pone all’attenzione di qualcosa e di qualcuno. I pensieri sono delle posizioni, offrono anche delle posture della mente. Possono anche diventare dei semplici schemi che si ripetono e si riempiono come categorie. Con questo termine si passa dal pensare al dire.
Quando si dice qualcosa di fatto ci si espone, si mette fuori la propria posizione. Si danno categorie. Mettere in piazza, in pubblico, questo è il significato del kata agora cui il termine si riferisce. Esporsi, esporre le proprie posizioni, il proprio pensare.
Seguendo la trama del porsi ed esporsi, sentire è disporsi. Avere disposizione. I sentimenti sono pertanto disposizioni. L’intreccio col pensare e dire è evidente e indissolubile.
Cfr. G. Ferraro, La scuola dei sentimenti

FILOSOFI E GEOMETRI

porta sul buio
Sono sempre più convinta che, con tutte le sue figure, le sue strutture, i suoi simboli, la filosofia a volte si avvicina alla geometria, forse perché entrambe si basano su di una forte capacità di astrazione.
Continuo idealmente a verificarlo attraverso il libro che ho fra le mani.
Il primo passo è sempre quello di disegnare la figura:
Guardiamo nei nostri desideri quando guardiamo. Frughiamo nei nostri bisogni. Quasi incolliamo le immagini alle figure, ci figuriamo quello che immaginiamo, e ciò che è deve passare la barriera prima delle immagini e poi delle figure sollecitate dai nostri desideri e pensieri, da quello che vogliamo che sia e da ciò che in quel momento occupa la nostra posizione, la nostra attenzione.
Poi si confrontano i dati e viene in mente un ragionamento, che a sua volta si traduce in una formula:
Imparare a vedere s’intreccia con l’imparare a sentire e questo con l’imparare ad ascoltare e ancora a pensare. Imparare a ritornare. Mi viene da aggiungere, perché tutto ciò che chiamiamo vero e cosciente, sentimento e pensiero, sapere e dire, è fatto di ritorno. Come quando si dice Ritorna in te o Non era in sé.
Ogni metodo ha un’unità di misura:
Quando diciamo di sentire dovremmo sottintendere la riflessività: “come sento” è “come mi sento”, altrettanto che “come penso” è “come mi penso” e “come dico” è “come mi dico”. C’è sempre un rimando a sé per un sentimento, la proprietà del proprio sentire, il proprio rapporto verso se stessi.
Si può amare se ci si ama, non solo, ma si ama dell’amore di cui si è capaci. Non è questione di relativismo, piuttosto si tratta di uno stile, di un fare e agire che si riferisce a se stessi e che può essere “e ducato”, condotto lungo un percorso, che ne rappresenta la propria educazione sentimentale.
Cfr. G. Ferraro, La scuola dei sentimenti