lunedì 9 gennaio 2012

W13THgreenwNon esiste un tempo simile a questo, le 6.30 del pomeriggio a New York. E tuttavia, come solo i newyorchesi sanno, se si riesce a superare il crepuscolo, si potrà superare anche la notte.

Dorothy Parker, 1964
written by: Malfido time 18:30 | link | commenti
sections: 07-città
giovedì, 08 settembre 2011
WSQE’ così che si vive a New York: traslocando ogni tre o quattro anni. Allora hai sempre l’ultima parola. E’ perché la città si sviluppa così in fretta: non devi farti lasciare indietro. Va sempre più su: ecco dove sta andando New York. Se non temessi che Marian si sentisse troppo sola, andrei lassù-proprio in cima- e aspetterei. Solo dieci anni. Poi, ti verranno tutti dietro…

Henry James, Washington Square, 1880
squirrel

NYU
written by: Malfido time 19:28 | link | commenti
sections: 07-città
mercoledì, 07 settembre 2011

Beethoven immer wieder

roserosseL’ultimo quartetto op. 135 di Beethoven sta diventando un chiodo fisso. Ecco finalmente il racconto di com’è andata veramente.
Un certo signor Dembscher doveva restituire a Beethoven cinquanta fiorini e il compositore, eternamente senza soldi, glielo ricordò. “Muss es sein?” sospirò tristemente il signor Dembscher e Beethoven rise forte: “Es muss sein!”, poi annotò subito quelle parole nel suo taccuino e su quel motivo realistico scrisse una piccola composizione per quattro voci: tre cantano “Es muss sein, es muss sein, ja, ja, ja” deve essere, deve essere, sì, sì, sì, e la quarta voce aggiunse: “Heraus mit dem Beutel!”, fuori il borsellino!
L’anno successivo, quello stesso motivo diventò la base del quarto movimento dell’ultimo quartetto op. 135. Beethoven ormai non pensava più al borsellino di Dembscher. Le parole “Es muss sein!” avevano preso una tonalità secondo più solenne, come se a pronunciarle fosse il Destino stesso. Nella lingua di Kant, anche il “buon giorno”, convenientemente pronunciato, può assumere l’aspetto di una tesi metafisica. Il tedesco è una lingua di parole pesanti. “Es muss sein!” non era più uno scherzo, era diventato “der schwer gefasste Entschluss”, la grave risoluzione.
Beethoven aveva quindi trasformato una burlesca ispirazione iniziale in un quartetto serio, uno scherzo in una verità metafisica. E’ una storia interessante sul passaggio dal leggero al pesante (quindi, secondo Parmenide, sul passaggio dal positivo al negativo). Stranamente, questo mutamento non ci sorprende. Ci saremmo invece scandalizzati se Beethoven avesse trasformato la serietà del suo quartetto nello scherzo leggero di un canone a quattro voci sul borsellino di Dembscher. Eppure avrebbe agito proprio nello spirito di Parmenide: avrebbe trasformato il pesante in leggero, quindi il negativo in positivo! All’inizio (come schizzo imperfetto) ci sarebbe stata la grande verità metafisica e alla fine (come opera completa) lo scherzo leggero leggero! Solo che noi non sappiamo più pensare come Parmenide.
Cfr. L’insostenibile leggerezza… p.. 199-200
martedì, 06 settembre 2011

La trasformazione della musica in rumore

mickey2All’estero, ha scoperto che la trasformazione della musica in rumore è un processo planetario che fa entrare l’umanità nella fase storica della bruttezza totale. La bruttezza si è manifestata dapprima come onnipresente bruttezza acustica: le automobili, le motociclette, i martelli pneumatici, gli altoparlanti, le sirene. L’onnipresenza della bruttezza visiva non tarderà a seguire.
L’insostenibile leggerezza… pp. 99-100
lunedì, 05 settembre 2011

Composizioni musicali

tiepoloFintanto che le persone sono giovani e la composizione musicale della loro vita è ancora alle prime battute, essi possono scriverla in comune e scambiarsi i temi […], ma quando si incontrano in età più matura, la loro composizione musicale è più o meno completa, e ogni parola, ogni oggetto, significa qualcosa di diverso nella composizione di ciascuno.
L’insostenibile leggerezza… p. 95
written by: Malfido time 18:21 | link | commenti (2)
sections: 13- musica, 14- letteratura arte opinioni
domenica, 04 settembre 2011
snoopydUna canzone ingiustamente dimenticata di un Sanremo di qualche anno fa descriveva i giovani in cerca d’amore come piccoli attenti soldati che non avranno a temere.
Ho appena ritrovato questa metafora nel mio libro dell’estate:
[…] [L’amore] significava per lui il desiderio di darsi in balìa dell’altro. Chi si dà all’altro come un soldato si dà prigioniero, deve prima consegnare tutte le armi. E così privato di ogni difesa, non può fare a meno di chiedersi quando arriverà il colpo. Posso dunque affermare che per Franz l’amore era una continua attesa di un colpo imminente.
L’insostenibile leggerezza… p. 89

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